Speciale ACD: Alissa Jung al Lucca Film Festival

Alissa Jung al LFF. Photo credit: Ginevra Petroni
Alissa Jung al LFF. Photo credit: Ginevra Petroni

Di Emiliano Tognetti

La seconda serata speciale del Lucca Film Festival, ha avuto un’ospite d’eccezione Alissa Jung, attrice di lungo corso, alla sua prima esperienza come regista, con il film “Paternal Leave”, in cinquina ai David di Donatello 2026 come Miglior Esordio.

La presentazione ha avuto come cornice la Sala del Cinema Centrale di Lucca, in collaborazione con il Circolo del Cinema di Lucca, dove Alissa ha interagito con Cristina Puccinelli condirettrice artistica del Lucca Film Festival.

Per noi di Carta n°0, grazie al LFF, che ringraziamo per l’occasione, è stata la possibilità di un altro incontro nell’ambito del progetto “ACD: Arte, Cultura e Disabilità contro lo stigma”.

Nel brevissimo tempo a disposizione, siamo riusciti a fare una breve, ma sincera intervista che vi condividiamo.

Buona lettura!

Emiliano: Allora, Alyssa Jung, hai lavorato per la televisione e per il cinema, prima come attrice e poi come regista. In che modo questi media riescono a raccontare l’emarginazione sociale secondo te?

Alissa: In quale maniera? Prima di tutto, riescono a farlo. Il “come”, invece, dipende.
Penso che la cosa importante sia che noi, che abbiamo il privilegio di raccontare storie, ci assumiamo anche la responsabilità di raccontarne alcune che possono essere scomode. Non dobbiamo limitarci ad accontentare il pubblico con contenuti leggeri, ma osservare la società e, ogni tanto, metterle uno specchio davanti.
Forse questo è il ruolo del cinema.

Emiliano: Ascolta, in Italia sei stata molto apprezzata in Maria di Nazareth. Che ricordo hai di quell’interpretazione e che cosa ti ha lasciato?

Alissa: Ho dei bellissimi ricordi, perché sono stati quasi tre mesi in Tunisia, su un set internazionale.
E poi non è un segreto: lì io e Luca ci siamo conosciuti.
Quindi sì, porto con me un ricordo davvero speciale di quel periodo.

Emiliano: Il tuo impegno per Haiti e la tua laurea in medicina raccontano una forte attenzione verso gli altri. Come prosegue oggi questo tuo impegno sociale? E, da laureata in medicina, quanto conta lavorare con le persone nel senso più concreto e umano del termine?

Alissa: Sicuramente tutto quello che ho fatto mi ha resa la persona che sono oggi.
Poi, certo, nella vita si cercano sempre cose che ci sono più vicine… non si sa mai cosa arriva dopo.

Però sì, credo che la mia prospettiva sull’essere umano sia molto umana, appunto, e cerco questo in ogni lavoro.
Anche quando siamo su un set, per me è importante ricordare che siamo un gruppo di persone che stanno lavorando insieme, e che ognuno merita rispetto.

Non importa se uno è davanti alla macchina da presa e un altro sta portando un cavo: sono entrambi esseri umani, punto. Non ce n’è uno più importante dell’altro.

È vero che sui set, storicamente, esiste una struttura molto gerarchica e rigida, e a volte bisogna un po’ lottare per mantenere questo approccio.
Ma in quell’esperienza ci siamo riusciti: eravamo davvero una squadra, con una sorta di gerarchia “piatta”… non so come dirlo meglio, ma era molto bello.

Emiliano: Grazie!

Alissa: Grazie a voi!

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