di Emiliano Tognetti
Si è conclusa domenica scorsa l’edizione 2026 di “Ponte di Parole“, una settimana intensissima di avvenimenti ed incontri culturali organizzata dal Comune di Pontedera, in collaborazione con una fittissima rete di enti pubblici e privati.
Fra gli ospiti di questo vero e proprio festival letterario, giunto alla sua V Edizione, vi era anche il giornalista Piero Dorfles, giornalista e volto noto del programma “Per un pugno di libri”.
Noi di “Carta n°0” lo abbiamo incontrato durante il festival, nell’ambito del progetto “ACD” e lo abbiamo intervistato.
Buona lettura!
Emiliano: Piero Dorfles, lei ha portato i libri anche in televisione. Quanto è importante oggi parlare di lettura in modo semplice e accessibile?
Piero Dorfles: Credo che la divulgazione della lettura sia molto importante, perché viviamo in un periodo in cui gli stimoli che vengono dalla comunicazione digitale sono talmente forti che è molto difficile convincere i ragazzi ad affrontare la lettura di un libro che è comunque un impegno, mentre guardare qualcosa su internet non è mai un impegno, è solo un intrattenimento. E il motivo per cui vale la pena farlo è che in realtà, quando si scopre la lettura, si apre un mondo che altrimenti rimane chiuso.
Ma per imparare quanto può darci la lettura bisogna affrontare quello che è un addestramento. Non si diventa lettori senza fatica, bisogna in qualche modo fare il balzo in avanti rispetto a quella che è la semplice lettura delle cose quotidiane e diventare lettori, diciamo così, professionali. Allora, quando c’è una lettura professionale, improvvisamente il libro può dirci e farci capire cose che altrimenti non vedremmo. Ecco perché riuscire a convincere giovani, ma anche già non più giovani, dell’importanza del libro, della ricchezza che può dare il libro, vuol dire far fare a tutti una specie di grande salto in avanti rispetto a quella che è la conoscenza del mondo e di sé stessi.
Emiliano: Con Per un pugno di libri ha avvicinato molti giovani alla lettura. Che ricordo ha di quell’esperienza?
Piero Dorfles: È stata una bellissima esperienza, non solo perché in televisione c’erano tanti ragazzi che venivano a trovarci con l’entusiasmo di chi affronta una sfida, ma perché, in realtà, quel format, come si chiama il formato televisivo, ha avuto un successo che va molto al di là di quello della televisione. Ancora oggi ci sono centinaia di scuole in Italia che usano quel modello per produrre attenzione e curiosità verso il libro nei ragazzi. Il meccanismo che si verifica, in questo caso, è quello per cui invece di dover leggere un libro per dovere, lo si fa perché si è protagonisti di una sfida, in cui le singole classi diventano protagoniste collettive di un momento di crescita culturale.
Questa cosa ha tanta importanza perché, invece di essere la dimensione tradizionale, pedagogica, della scuola, diventa una cosa di partecipazione attiva. Spesso i ragazzi non hanno neanche mai letto un vero libro in vita loro, ma quando, dovendo rispondere tutti insieme e fare bella figura nelle loro risposte su un libro che devono quasi aver imparato a memoria, improvvisamente si impadroniscono di un libro, perché, non hanno mai fatto prima, devono conoscerlo fino in fondo. Devono anche chiedersi il perché del valore di quel libro e il motivo per cui è stato scelto tra tanti classici.
Quello che si verifica in questi casi non è soltanto che i ragazzi scoprono la lettura, ma che questa lettura collettiva produce una specie di senso del collettivo, di solidarietà tra i giovani, che cambia anche i rapporti tra i ragazzi. E quindi nel momento in cui tutti condividono l’esperienza di un libro, improvvisamente diventano più adulti, più capaci di solidarietà, più capaci di visione collettiva delle cose. Questa scommessa, che non è da poco, è una cosa che, insisto, viene fatta in tutta Italia e ha grande successo, perché molto spesso sento dire dagli insegnanti che quell’esperienza produce una motivazione collettiva verso lo studio e la conoscenza che fa migliorare tutta la classe, non solo i più bravi, come succede quando c’è la competizione per i voti migliori. E questo cambia un po’ la vita dei ragazzi. Sarebbe molto bello se si facesse dappertutto.
Emiliano: Le è mai capitato di incontrare nei libri rappresentazioni che alimentano lo stigma e il pregiudizio sociale?
Piero Dorfles: Ce n’è tantissimi, però parlo del passato, oggi c’è molta attenzione a questo tipo di cose. Però credo che ancora oggi, anche leggendo i grandi classici del passato, noi troviamo gli strumenti, invece, per individuare i motivi per cui lo stigma va rifiutato e si può superare. In realtà, non c’è niente come la lettura che permette di andare in profondità nell’accettazione dell’altro e del diverso. Quando si parla della collettività che si incontra nelle scuole, nei grandi avvenimenti culturali, anche nelle comunicazioni di massa, il più delle volte questa cosa non avviene perché prevale la dimensione del gruppo. E nel gruppo lo stigma è molto forte, è più facile essere razzisti in gruppo che non da soli.
Il libro, invece, è una cosa individuale e il libro il più delle volte porta a confrontarsi con cose diverse da quello che si è. Mondi diversi, culture diverse, modi di essere, di vivere, talmente distanti che aprono la capacità di guardare al di là dei propri orizzonti. Ecco perché il libro è sempre uno strumento di apertura, quasi mai di chiusura. E sia che riguarda lo stigma sociale che quello fisico-morale, il libro è lo strumento per superarlo, che più forte di qualunque altro strumento dà la forza interiore di capire che esiste qualcosa di diverso da noi che merita di essere rispettato e accettato. Non c’è niente come il libro che faccia capire il valore del rapporto con l’altro, il diverso, colui che porta qualcosa di diverso da quello che abbiamo noi dentro e che va non solo rispettato, ma soprattutto accettato con la stessa dignità con cui accettiamo noi stessi.
Emiliano: All’opposto, ci sono delle narrazioni, dei libri, che hanno, invece, una narrazione così positiva e idealizzata da rischiare di restituire al lettore un’immagine edulcorata e poco vera della realtà?
Piero Dorfles: Posso dire, ce n’è sicuramente, ma io non mi sento di dire che ci sono dei libri che producono effetti negativi. Credo che debba fare attenzione a questo. Basta pensare al fatto che, per generazione, chi andava a scuola, chi leggeva i libri che in qualche modo riportavano i valori del tempo, si sono lette delle cose molto mediocri, molto modeste, soprattutto durante la prima metà del Novecento. Libri che erano non solo razzisti, ma anche bellicisti, che in qualche modo portavano verso dei valori del conflitto e dell’avventura.
Non credo che quelli abbiano cambiato la vita della nazione, perché la lettura, se produce capacità analitica e critica, è comunque qualcosa che produce pensiero. E io sono convinto che non esiste libro che possa danneggiare, perché se uno è un lettore, non viene danneggiato da un libro. Anzi, può cogliere, se possibile, sforzo, forza morale, per andare contro eventuali pregiudizi che nei libri alle volte si trovano.
Ma il nodo è essere lettori. Come dicevo prima, la lettura è un mestiere. Quando uno ha quel mestiere, non esiste libro che possa danneggiare. Non esistono libri negativi. I libri sono sempre strumento di visione più ampia e di lettura della realtà più profonda di quanto noi possiamo fare senza il libro. Con il libro si va sempre in profondità, anche quando ci irrita, anche quando ci porta a riflettere su cose profondamente negative. Come nella storia, ovviamente, la letteratura ha prodotto.
Ma basti pensare a che cos’è la lettura del passato. I valori dell’Ottocento e del Settecento, che noi troviamo nella grande letteratura, non sono certo i nostri. Però non è che siccome non sappiamo che sono stati scritti tanto tempo fa, noi ci indigniamo perché, per esempio, accettano lo schiavismo o la segregazione o una posizione subalterna della donna. I nostri valori sono diversi, ma quando leggiamo i libri che parlano di quell’epoca, noi non dobbiamo indignarci, dobbiamo avere gli strumenti storici per capirlo e in quel modo possiamo fare quel salto avanti analitico e critico che la lettura incoraggia, anche, insisto, quando la lettura parla di mondi ormai completamente superati, sia nei loro valori che nei loro pregiudizi.
Emiliano: La ringrazio.
Piero Dorfles: Grazie a voi.

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