Premio Fabrizio De André, venticinque anni in direzione ostinata e contraria

Di Redazione

A Roma la 25ª edizione di “Parlare Musica”: Gianaldo Sangalli, Roberto Cafarotti e Roberta De Falco vincono nelle tre sezioni. A Renato Zero e Paolo Rossi la Targa Faber. Un premio che continua a cercare nuove voci nel segno della libertà artistica.

Venticinque edizioni dopo, Fabrizio De André continua a essere non soltanto una memoria da custodire, ma un linguaggio attraverso cui leggere il presente. È forse questo il dato più interessante emerso dalla nuova edizione del Premio Fabrizio De André – Parlare Musica, che il 18 e 19 settembre ha portato nel Parco di Villa Bonelli, a Roma, musica, poesia e pittura, insieme a un pubblico numeroso e ad artisti appartenenti a generazioni differenti.

La manifestazione, giunta alla sua 25ª edizione, ha raccolto più di mille candidature nelle tre sezioni del concorso. Un numero che racconta anche la dimensione raggiunta da un premio nato nel 2002 con l’obiettivo di valorizzare una creatività libera dalle mode e dalle logiche strettamente commerciali, cercando nuovi autori, interpreti e artisti capaci di percorrere strade personali.

Tre vincitori, tre linguaggi

Per la musica il riconoscimento è andato a Gianaldo Sangalli con Piove governo ladro, brano premiato per la capacità di unire il virtuosismo musicale alla volontà di raccontare la realtà contemporanea.

Nella pittura si è imposto invece Roberto Cafarotti con Human Egg, olio su tela costruito attorno all’immagine dell’uovo come origine, vita e possibilità di rinascita. Un’opera che la motivazione del premio mette in relazione con quella «umanità nuda» tante volte raccontata da De André.

Particolarmente intenso il riconoscimento assegnato alla poesia. Roberta De Falco ha vinto con Trenta gradi, testo che affronta l’esperienza della violenza scegliendo la sottrazione invece della retorica: il corpo, il dubbio, il silenzio e la difficoltà stessa di riconoscersi il diritto di sentirsi violati diventano il centro del racconto poetico.

Da Renato Zero a Paolo Rossi: l’eredità di Faber

Accanto alla competizione dedicata ai nuovi talenti, il Premio continua a interrogarsi su ciò che dell’opera di De André rimane nella cultura italiana contemporanea.

La Targa Faber, riconoscimento alla carriera, è stata assegnata quest’anno a Renato Zero e Paolo Rossi. Nel primo il Premio ha riconosciuto soprattutto l’attenzione agli ultimi, alla diversità e alla vulnerabilità; nel secondo la capacità di utilizzare parola, teatro e canzone come strumenti di libertà e di resistenza civile.

La Targa “Quelli che cantano Fabrizio”, dedicata alla reinterpretazione dell’opera di De André, è andata invece a Setak e alla Medit Orchestra. Due esperienze molto differenti: Setak recupera il dialetto abruzzese trasformandolo in una lingua artistica contemporanea, mentre l’orchestra diretta da Angelo Valori mette in comunicazione formazione classica e musica popular, rileggendo anche il repertorio di Faber attraverso nuovi arrangiamenti.

Non un museo dedicato a De André

Ed è probabilmente qui che la venticinquesima edizione acquista il suo significato più interessante. Un premio intitolato a un artista scomparso da oltre un quarto di secolo potrebbe facilmente trasformarsi in una celebrazione della memoria. Il Premio De André prova invece a compiere l’operazione opposta: usare quella memoria per cercare ciò che ancora non conosciamo.

Lo dimostra anche il lavoro di scouting nazionale. Dieci semifinalisti sono arrivati dal tour E ti piace lasciarti ascoltare, progetto che attraversa diverse regioni italiane mettendo in rete centri culturali, teatri, live club, festival e realtà impegnate nella produzione musicale. Tra i territori coinvolti figura anche la Toscana, attraverso Musicantiere Records.

In fondo è probabilmente il modo meno retorico di ricordare Fabrizio De André: non domandarsi soltanto chi oggi sappia cantare le sue canzoni, ma chi abbia ancora qualcosa di personale, libero e magari scomodo da raccontare.

Dopo venticinque edizioni, Parlare Musica continua così a cercare nuove strade. E, almeno nello spirito, continua a farlo in quella celebre direzione ostinata e contraria.

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