ACD: Intervista a Bruno Gambarotta

di Emiliano Tognetti

Emiliano Tognetti:
Lei ha attraversato molti linguaggi, dalla televisione alla radio fino ai libri. Che cosa cambia nel modo di raccontare le persone e la società?

Bruno Gambarotta:
Ma cambia… boh. Cambia nel fatto che naturalmente ci sono molte fonti, c’è un overdose di informazioni, di proposte, di stimoli. Addirittura molti parlano di una saturazione. Ormai, quando la stampa mi chiede un articolo, la regola è: quello che intendi dire, quello che è importante, mettilo nelle prime dieci righe. Poi magari ne fai altre trenta o quaranta per riempire.
Siamo sovraccarichi di sollecitazioni. Io adesso vado a casa, ho tre giornali, supplementi, vorrei leggere libri, sentire la radio… poi ci sono i podcast. C’è una continua offerta.
La meditazione, il fatto che uno se ne stia seduto in poltrona a leggere un libro senza distrazioni… boh, non… anche se mi propongo di farlo, poi arriva un messaggio sul cellulare, devo leggere, rispondere. Insomma, le cose cambiano in continuazione.

Emiliano Tognetti:
Lei ha lavorato a lungo in Rai, fin dagli anni Sessanta. Che cosa ricorda di quella televisione e che cosa è cambiato rispetto ad oggi?

Bruno Gambarotta:
Ma è cambiato tanto, è cambiato tutto. Quella televisione aveva una missione educativa, lavorava in regime di monopolio e poteva permettersi di fare degli esperimenti. Tanto era quella: se volevi vedere la TV, vedevi quella. Non avevi la concorrenza, non dovevi misurarti con concorrenti che potevano portarti via ascolti.
La pubblicità era contingentata: il Governo aveva voluto che non si superasse una certa soglia per non danneggiare la carta stampata. Era diverso. Si potevano tentare esperimenti, si poteva anche sbagliare. Era molto più rilassata.
Se oggi vediamo uno sceneggiato, non so, il Maigret con Gino Cervi, troviamo una lentezza che adesso sarebbe intollerabile. Oggi la rapidità della narrazione è portata all’estremo, ci sono flash continui.
È cambiato tutto. Allora era un rituale: accendevi la TV, ti sedevi davanti e la guardavi come al cinema. Adesso invece entri in casa, accendi la televisione, poi ti metti a fare altro, ogni tanto dai uno sguardo… è tutto diverso. Non so se sia positivo o negativo, ma è così.

Emiliano Tognetti:
Lei si è definito uno “scrittore artigiano”. Che cosa significa per lei scrivere in questo modo?

Bruno Gambarotta:
Nel senso che sono molto legato a un’immagine di autori che non si danno importanza, che non si credono invasati o portatori di messaggi. È un mestiere come un altro.
A me piace quello. C’era Franco Lucentini che diceva: “Io sono un artigiano”, e si paragonava a un falegname che deve assemblare dei pezzi. Devo costruire una cosa che funzioni, devo pensare a chi legge. Però non mi ritengo uno speciale.
Ci sono artigiani molto più bravi di me che fanno cose molto più importanti. Non ho nessuna velleità di questo genere. Non mi piacciono quelli che si danno importanza.

Emiliano Tognetti:
Nella sua scrittura e nel suo umorismo c’è spesso uno sguardo ironico sulla realtà. L’ironia può aiutare a capire meglio anche i difetti della società?

Bruno Gambarotta:
Forse sì, però non è lo scopo. Perlomeno nel mio caso non è educativo, non è per migliorare nessuno. È semplicemente indagare e raccontare le pieghe della società.
Le cose si svelano nel linguaggio, nelle battute, nei modi di dire, nei temi che ritornano. Però non c’è un’intenzione pedagogica. In altri autori magari sì.
Per me è come Achille Campanile: giochi di parole, calembour, fraintendimenti. Io sono un collezionista di necrologi, di testi solenni, di lapidi… quando le persone vogliono scrivere qualcosa di importante e scivolano nella magniloquenza.
Ecco, quello è il terreno nel quale mi diverto e posso esercitarmi.

Emiliano Tognetti:
Secondo lei, raccontare bene una persona significa soprattutto osservarla, ascoltarla o immaginarla?

Bruno Gambarotta:
Non ho capito la domanda.

Emiliano Tognetti:
Raccontare bene una persona significa soprattutto osservarla, ascoltarla o immaginarla?

Bruno Gambarotta:
Certo. Io sono un cultore della ritrattistica. Nella mia libreria ho alcuni grandi modelli, soprattutto i diari e le memorie di Saint-Simon, che era alla corte di Luigi XIV e sapeva che quelle memorie sarebbero rimaste inedite, perché altrimenti sarebbe finito sulla ghigliottina.
È meraviglioso il modo in cui descrive i personaggi: nel modo di parlare, di muoversi, di atteggiarsi, di vestirsi.
Le persone si svelano usando certe parole. Anche le posture sono importanti. Però non voglio giudicarle: le osservo e le racconto.

Emiliano Tognetti:
L’ultima domanda: che cosa pensa possa lasciare oggi ai più giovani un percorso lungo come il suo, tra televisione, libri e cultura?

Bruno Gambarotta:
Ma io… lasciare, non lo so. Per me è stato il gioco del caso. Io sono stato fortunato: ho cominciato a lavorare, ho conosciuto delle persone.
Bisogna lasciare che il caso si verifichi, nel senso di non essere troppo rigidi. Conosco persone — anche miei nipoti — che si mettono in testa di fare una cosa e basta. Però nella vita magari incontri un’occasione e dici: “No, io voglio fare solo quello”.
Per me è stato il contrario: ho colto le occasioni. Quando qualcuno mi ha detto “facciamone un libro”, ho detto “facciamone un libro”. Però non ho mai avuto un progetto rigidissimo.
Non so se sia giusto così, magari ho sbagliato. Però a me è andata molto bene, molto bene.
Poi ci sono vite diverse: persone che decidono a otto anni di diventare grandi pianisti e fanno solo quello per tutta la vita. Non so.

Emiliano Tognetti:
Grazie, buon lavoro.

Bruno Gambarotta:
Grazie.

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