di Emiliano Tognetti
Domani 11 maggio, esce in molte sale italiane “La bolla delle acque matte”, un film italiano della regista Anna di Francisca. Il film ci offre uno spaccato d’Italia e di un’Italia fin troppo dimenticata: quella del post terremoto del 2016 che ha colpito le meravigliose regioni centrali della nostra penisola.
Noi di “Carta n°0” per il progetto “A.C.D.” abbiamo raggiunto la regista e le abbiamo rivolto qualche domanda.
Qui il calendario delle uscite del film: non perdetevelo!
Buona visione e buona lettura!
Emiliano Tognetti:
Noi di “Carta n°0” siamo con Anna, regista del film La bolla delle acque matte. Parliamo di un film che è in uscita a breve, giusto? Tra qualche giorno.
Anna Di Francisca:
Assolutamente sì. Il film andrà al Festival di Bellaria, dove siamo stati selezionati, e siamo molto contenti perché è un festival particolarmente prestigioso per il cinema d’autore. Dopodiché partirà un tour promozionale che inizierà da Spoleto e toccherà varie città umbre, per poi proseguire a Milano, Roma, Firenze, Bologna, Torino e altre città tra Emilia e Toscana. Speriamo di allargarci sempre di più grazie alla tenacia di “Kio Distribuzione”, che sta credendo in questo film con molta passione e testardaggine.
Emiliano:
Infatti volevo chiederti anche questo: come siete arrivati a scegliere il borgo? E com’è nata l’idea del ristorante multietnico?
Anna:
Io vivo tra Roma e l’Umbria; quindi, conosco molto bene la zona di Castelluccio, questo meraviglioso borgo famoso per la lenticchia e per la sua piana straordinaria, ferita però dal devastante terremoto del 2016. È un luogo assolutamente magico, famoso in tutto il mondo: lo chiamano il “piccolo Tibet”, oppure lo paragonano alla Patagonia. Nel film il paesaggio ha un ruolo molto importante.
Da tempo pensavo di realizzare un film legato alle tematiche dello spopolamento. Poi, con il terremoto, quel tema è diventato ancora più urgente e doloroso. Così il progetto si è trasformato nella storia di un gruppo di “resilienti” che non vogliono abbandonare il borgo e cercano un modo per farlo rinascere, riportando la gente sul territorio.
Da qui nasce l’idea del ristorante, che poi diventa multietnico. Le tematiche del film ruotano infatti attorno a un parallelismo: quello tra chi ha perso tutto da emigrante e chi ha perso tutto a causa del terremoto.
Durante e dopo il sisma ho letto molti articoli su persone provenienti da altri Paesi — Africa, Asia e non solo — che erano venute in Italia sperando di trovare pace e stabilità, ritrovandosi invece dentro una tragedia che, in alcuni casi, nemmeno conoscevano. In molte zone dell’Africa, ad esempio, il terremoto non è una realtà vissuta.
Ricordo articoli che mi colpirono profondamente: persone che scavavano tra le macerie alla ricerca dei propri cari e che venivano persino scambiate per sciacalli. Da lì il film si è allargato sempre di più a questo discorso, e il suo focus è diventato proprio questo parallelismo umano.
Emiliano:
Per capirci: è il famoso terremoto che fece crollare anche la basilica benedettina?
Anna:
Certo, quello del 2016. E purtroppo siamo ancora molto indietro con la ricostruzione. Questo ha creato enormi problemi nel ricreare un tessuto sociale. Il film parla anche di questo: non bisogna ricostruire solo le case, ma anche le comunità, che eventi come il terremoto devastano profondamente.
Se non hai più le case, le persone non tornano. Nemmeno chi frequentava quei luoghi solo periodicamente riesce più a viverli. E quindi anche figli e nipoti smettono di tornare. È una catena di conseguenze molto pesante.
Il film racconta tutto questo con uno stile vicino al realismo magico. Possiamo definirlo un “dramedy”.
Ho avuto un gruppo di attori meravigliosi: Fausto Russo Alesi interpreta Lorenzo, il sindaco che vuole a tutti i costi far rinascere la comunità. Poi c’è Lucia Vasini nei panni di Elsa, la sua storica cuoca, inizialmente contraria a rimettersi in gioco ma poi pronta a cambiare idea.
C’è l’esordio cinematografico di Jaele Fo, che interpreta Silvia ed è nipote di Dario Fo e Franca Rame.
Poi lo straordinario attore senegalese Sidy Diop, che interpreta Ibri, e Khalid Giordano nel ruolo di Talal.
Nel cast troviamo anche Ida Sansone, che interpreta Augusta, Igor Stamulak nel ruolo di Koco, Elvira Cuflic nei panni di Laura Basso, Jacob Olesen nel ruolo del Ranger e il giovanissimo Suleman Ahmed, che interpreta Idrees.
Emiliano:
Ti sei dimenticata un altro “attore”: il convitato di pietra che attraversa il film, cioè lo Stato italiano. Perché il film racconta anche l’altra faccia della medaglia: non c’è solo il terremoto, ma anche tutta la burocrazia.
Anna:
Assolutamente. C’è la burocrazia contro cui bisogna combattere, ma anche la speculazione edilizia. Nel nostro caso assume quasi una dimensione metafisica: non ha veri volti, ma appare attraverso droni, auto nere, presenze che incombono e vogliono speculare sul dolore.
C’è anche la paura del diverso, la difficoltà di capire chi appartiene a un’altra cultura. Per me era importante sottolineare che non basta ricostruire le case: bisogna ricostruire le comunità, imparando a conoscere l’altro.
Il titolo La bolla delle acque matte nasce proprio da questo. Le “acque matte” sono torrenti carsici tipici di quel territorio: scorrono e si mescolano senza sapere bene dove andranno. Come si mescolano le nazionalità dei personaggi, ma anche le loro ricette.
Emiliano:
Infatti volevo chiedertelo: avete inventato davvero dei piatti?
Anna:
Sì, assolutamente. Abbiamo creato piatti mescolando ricette umbre con quelle suggerite dagli attori. Ci siamo divertiti moltissimo… e soprattutto le abbiamo mangiate!
Emiliano:
E siete ancora vivi, quindi promette bene!
Anna:
Esatto! La contaminazione può funzionare, nonostante nel film il personaggio di Elsa sostenga inizialmente che dovremmo mangiare solo i piatti con cui siamo cresciuti. Invece le contaminazioni possono creare qualcosa di nuovo e bello.
Emiliano:
Nel film c’è anche una sorta di follia positiva, un surrealismo che esce dagli schemi. Perché questa scelta? Non hai mai pensato che usare questo tono potesse rischiare di creare nuovi stereotipi?
Anna:
Il rischio esiste sempre. Però il film nasce da un lungo lavoro di ricerca, anche all’interno degli SPRAR, insieme a mediatori culturali. Persino i dialoghi sono il frutto di un grande lavoro preparatorio.
La scelta del realismo magico e del paradosso è stata voluta, perché quei paesaggi e quella realtà portano naturalmente verso una dimensione sospesa, dove convivono sogno e magia.
I personaggi parlano un umbro molto riconoscibile, che li riporta continuamente alla concretezza. Però nel film ci sono anche le Sibille, che nella mia visione non sono figure eteree, ma donne quasi simili alla Protezione Civile: presenze che proteggono il territorio e chi lo abita.
Quel territorio è realmente intriso di leggende, magia popolare, racconti di sibille, chiromanti, magia bianca e nera. Anche i muri con le scritte presenti nel film si ispirano a una vera tradizione di Castelluccio: i paesani lasciavano messaggi ironici e pettegolezzi sui muri, una sorta di “social network antico”.
Emiliano:
Forse era persino meglio dei social di oggi…
Anna:
Forse sì! Però era molto divertente. Io ho preso quell’idea e l’ho trasformata in una dimensione più onirica.
Molte cose del film sono nate proprio dalle chiacchierate con gli abitanti del luogo. All’inizio parlavamo di spopolamento; poi, dopo il terremoto, ci siamo trovati a parlare di perdite, dolore e ricostruzione.
Per questo il film è diventato sempre più urgente per me: sentivo di dover fare qualcosa di buono per un territorio ancora profondamente ferito.
Emiliano:
C’è qualcosa che avresti voluto inserire nel film e che non sei riuscita a raccontare?
Anna:
Dal punto di vista artistico mi sono sentita molto libera e credo di aver realizzato il film che volevo fare. Certo, ci sono stati limiti economici e di tempo.
Abbiamo girato tutto in quattro settimane, senza praticamente avere giorni di copertura in caso di maltempo. E girare a 1450 metri d’altitudine significa convivere con l’ansia continua del tempo che cambia.
Per fortuna ho avuto una troupe straordinaria. Devo moltissimo all’organizzatore generale, John Cesaroni, che è stato fondamentale.
La cosa più bella è stata vedere quanto cast e troupe si siano affezionati al luogo. Alla fine tutti avevano il “mal di Castelluccio”: nessuno voleva più andarsene. Per un regista è una soddisfazione enorme.
Emiliano:
Per ora mi fermo qui… ma solo per ora. Ho la sensazione che ci sarà un secondo incontro.
Anna:
Molto volentieri. Magari dopo che avrai visto il film avrai altre domande.
Emiliano:
Sì, per ora ho visto solo il trailer, ma sono luoghi che conosco e mentre parlavi mi tornavano in mente tante immagini. Vorrei approfondire bene il film.
Anna:
Ti ringrazio davvero molto dell’interesse.
Emiliano:
Auguri a te e al film, che uscirà a breve in tutta Italia.
Anna:
Grazie. Dopo Bellaria saremo a Spoleto, alla Sala Pegasus, poi in tour tra Milano, Roma, Firenze, Bologna, Rimini, Ancona, Prato e altre città. Se vuoi venire a vederlo in sala, ci farà molto piacere.
Emiliano:
Ti ringrazio molto.
Anna:
Grazie mille, buona serata!

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